Ricordando Fabio Carboni ...

Articolo del Prof.  Roberto Antonelli, Presidente dell’Accademia dei Lincei

            Quando Fabio e il suo amico Stefano Renzi vennero a chiedermi di laurearsi in Filologia romanza, io ero assistente “volontario”, ovvero appena all’inizio della carriera universitaria e Fabio e Stefano erano i primi due laureandi che mi erano stati assegnati in tutoraggio. Mi ero laureato un paio d’anni prima, nel dicembre 1965, con Aurelio Roncaglia, che fu poi relatore nel 1968-’69 anche della tesi di Fabio (al tempo gli assistenti potevano proporre e seguire le tesi, dato il gran numero di laureandi, ma non far parte delle commissioni d’esame). Al primo incontro non mi sembrarono particolarmente preparati né interessati alla ricerca: gli proposi quindi una tesi relativamente semplice per attuazione ma molto importante per gli studi, un Indice Bibliografico delle liriche dei secoli XIII e XIV, ovvero un Incipitario di tutte le liriche dei due secoli iniziali della letteratura italiana, desunto da uno spoglio sistematico e integrale degli Inventari dei manoscritti delle Biblioteche d’Italia fondati nel 1890 da Giuseppe Mazzatinti. Nessuno fino ad allora aveva osato affrontare un’impresa del genere (esistevano solo indici di manoscritti selezionati, quindi molto parziali, per quanto di utilità fondamentale), e per una evidente ragione: all’epoca gli Inventari non erano ancora completi ma contavano più di 80 volumi. Occorreva coraggio, molta dedizione e una fenomenale capacità di lavoro: non mi aspettavo che i due accettassero una proposta così impegnativa. Invece accettarono e si misero immediatamente al lavoro unitariamente e solidalmente, ma dividendo poi in due la presentazione dei risultati. La tesi di Fabio riguardava gli incipit dalla A alla L. Il lavoro era veramente ben fatto e perciò preziosissimo e la discussione andò molto bene.  Tanto bene che poi mi vennero a trovare e mentre Stefano mi comunicò con mia sorpresa che avrebbe sì continuato gli studi ma si sarebbe iscritto a Medicina, abbandonando la Filologia e le Lettere, Fabio con ulteriore mia sorpresa disse che avrebbe voluto continuare il lavoro. A nulla valsero i miei avvertimenti sull’enormità del lavoro che lo aspettava se voleva proseguire quelle ricerche e renderle scientificamente inattaccabili e pubblicabili. Si trattava infatti di verificare direttamente sui manoscritti le indicazioni degli Inventari, a volte parziali o lacunose, in quanto fornite solo come primo orientamento per gli studiosi.  

         Fabio non si scompose minimamente e poiché avevamo la fortuna di essere a Roma, con la Biblioteca Vaticana a disposizione, iniziò da quei fondi e mentre affinava la sua preparazione filologica, riuscì ad approntare uno straordinario ed enorme schedario (cartaceo: all’epoca non erano ancora in uso i computer). Poiché però non si poteva vivere di schede e di esercitazioni pratiche, svolte a titolo gratuito presso la cattedra di Filologia romanza (pur riuscendo relativamente presto a conseguire la cattedra per l’insegnamento delle materie letterarie nelle Scuole Medie), si ingegnava anche con altri lavori, come mi rivelò anni dopo: fra questi anche quello –veramente sorprendente, almeno in apparenza, per chi non ne conoscesse bene la personalità- di sceneggiatore di film western e affini (alcuni li conoscevo bene).  Ma soprattutto fu costretto, per ragioni familiari, ad andare a lavorare, dal 1970-71, in Somalia, alla Facoltà di Magistero di Afgoye (a Mogadiscio), che contribuì in modo determinante, colla sua inesauribile attività, a fondare e ad organizzare didatticamente, su incarico del Ministero degli Affari Esteri italiano, tenendo corsi di Lingua e Cultura italiana e creando il Centro Linguistico Italiano di Mogadiscio per l’insegnamento della lingua e della cultura italiana in Somalia. Fu un incarico che Fabio prese con estrema serietà, riportandolo ai suoi interessi culturali (con numerose pubblicazioni specifiche) ma pensando, come sempre in tutta la sua vita, anche agli interessi delle comunità che rappresentava (l’Italia) e presso cui insegnava (la Somalia). Quando tornò dalla Somalia, dove divenne poi, nel 1978-79, docente di italiano e assistente alla cattedra di lingua italiana presso l’Università Nazionale Somala, ebbi infatti ulteriori belle sorprese. La prima fu che aveva portato con sé a Mogadiscio le schede dell’Incipitario (nel frattempo aveva continuato a lavorarci) ed era a buon punto del lavoro per il primo volume (pubblicato nel 1977: Incipitario della lirica italiana dei secoli XIII e XIV. I. Biblioteca Apostolica Vaticana, Fondi Archivio S. Pietro – Urbinate latino, Biblioteca Apostolica Vaticana, Città del Vaticano 1977 [Studi e Testi, 277], pp. 435); la seconda che aveva preparato, grazie alle relazioni scritte dei suoi studenti e a quelle orali dei loro familiari più anziani, una raccolta di fiabe somale, la prima del genere (pubblicata poi nel 1986, Il piacere più sottile. Racconti somali, Il Bagatto), scritta in una lingua italiana limpida e coinvolgente, bellissima: me ne rimane un ricordo frustrante poiché provai invano a riproporla a grandi editori, che scioccamente rimasero sordi rispetto ad una proposta molto originale e soprattutto unica, per le modalità della raccolta e la novità dell’area esplorata; la terza che stava preparando la Bibliografia somala, poi pubblicata nel 1983 e  tale da occupare ben 312 pagine: un’opera, affiancata da decine di saggi sulla cultura e la storia somala, che non esisteva  e di cui la giovane nazione avrebbe potuto ben  giovarsi, se gli sviluppi storico-politici fossero stati diversi.

         Fu allora che scoprii dove prendesse il tempo per tante imprese:  al mio sbalordimento per la mole del lavoro svolto, sia sul piano didattico che scientifico, in condizioni tanto difficili, mi rivelò che dormiva due sole ore ogni notte: praticamente aveva raddoppiato la durata del suo tempo e della sua vita (fu nella stessa circostanza che sorridendo mi mise a parte anche della sua attività di sceneggiatore, così bizzarra e lontana da tutto il resto, ma forse capace di spiegare anche le sue doti narrative per le fiabe somale). Malgrado le sue vicissitudini biografiche e la difficoltà di trovare all’Università un posto adeguato alle sue ricerche, un caso fortunato gli permise dal 1982 di dedicarsi completamente alla ricerca: la possibilità, poco prima del mio ritorno a Roma, di avere un posto di Ricercatore di Filologia romanza presso il Dipartimento di Culture Comparate della Facoltà di Magistero (poi di Lettere e Filosofia) dell’Università degli Studi dell’Aquila.    

         Il lavoro dell’incipitario non si era peraltro mai interrotto e aveva iniziato a dare i suoi primi frutti, grazie anche a un altro incontro che segnò la vita di Fabio, quello con Agostino Ziino, insieme al quale firmò il suo primo lavoro (e poi tantissimi altri): Laudi musicali del XVI secolo: il manoscritto Ferrajoli 84 della Biblioteca Apostolica Vaticana, nella rivista dell’Istituto di Filologia romanza della “Sapienza” di Roma, «Cultura neolatina» (XXXIII,3, 1973, pp. 273-329). L’articolo con Agostino Ziino fu immediatamente seguito, nel 1974, dal primo contributo dedicato completamente a un incipitario lirico, l’Inventario e indice bibliografico della lirica italiana due-trecentesca nei Fondi manoscritti vaticani e nazionali. Biblioteca Apostolica Vaticana: Fondo Patetta («Cultura Neolatina», XXIV, 3-4, 1974, pp. 251-326), cospicua anticipazione del primo volume della serie che illustrerà poi la Collezione di Studi e Testi della Biblioteca Apostolica Vaticana, l’Incipitario della lirica italiana dei secoli XIII e XIV. I. Biblioteca Apostolica Vaticana, Fondi Archivio S. Pietro – Urbinate latino, Biblioteca Apostolica Vaticana, Città del Vaticano 1977 (Studi e Testi, 277), pp. 435. Una serie poi estesa, dal 1982, anche alla lirica italiana dei secoli XV-XX, che comprenderà alla fine quasi quindici volumi, accompagnati da altri indici pubblicati in diverse sedi.

         Grazie anche alla particolare attenzione e alle lungimiranti facilitazioni che la Biblioteca Vaticana gli riservò (Fabio poteva esaminare quanti manoscritti volesse nella stessa giornata, libero dalle severe restrizioni della BAV), possiamo dire che da solo egli ha svolto il lavoro di un’intera generazione di studiosi, senza nessun sovvenzionamento ma animato soltanto dalla propria passione per la ricerca. Non dimenticò mai però–ed è cosa ancor più straordinaria- di dedicare il tempo necessario e le più affettuose attenzioni alla propria moglie e alle proprie figlie, oltre che agli amici. Il suo carattere era questo: calmo e pacifico, senza inutili competizioni, sempre aperto alla collaborazione e all’amicizia in nome della scienza. Quando uscì l’Incipitario unificato della poesia italiana di Marco Santagata, una ripresa palese e affrettata, volta a fini del tutto pratici, del suo ben più solido e approfondito censimento, non si turbò minimamente, consapevole della diversità di valore e di scopi fra le due imprese. Forse fui più io ad avvertire e dispiacermi della singolarità di un’iniziativa così furtiva e poco attenta a chi quel lavoro stava conducendo con ben altre prospettive da vari anni.

       Ma proprio la profondità dello scavo effettuato direttamente sui codici aveva ormai consentito a Fabio una serie di scoperte di opere e manoscritti ignoti o ritenuti perduti, puntualmente consegnati ad articoli e libri: ricorderò soltanto Simone De’ Prodenzani, Rime, ed. critica a cura di F. C., Vecchiarelli, Manziana 2003, pp. cxlix-697 e un codice fondamentale per comprendere la tradizione delle rime di Vittoria Colonna, Un nuovo codice datato di Rime di Vittoria Colonna, in «Aevum», LXXVI, 3 [2002], pp. 681-707, ma l’elenco potrebbe essere lunghissimo anche e soprattutto, forse, per ciò che riguarda la tradizione poetico-musicale, con numerosissimi saggi in collaborazione –si è accennato- con Agostino Ziino, che hanno gettato luce su episodi sconosciuti della tradizione italiana. Ne ricorderò solo alcuni, poiché l’elenco sarebbe veramente lunghissimo: Un elenco di composizioni musicali intorno alla metà del Quattrocento, in »Musica Franca. Studies in Honor of Frank A. D’Accone», ed. by I. Alm, A. McLamore, C. Reardon (Festschrift Series n°18), Stuyvesant, New York, Pendragon Press 1996, pp. 425-487; Una nuova testimonianza musicale per la “Nencia da Barberino”, in «Musica popolare e musica d’arte nel tardo medioevo», «Schede Medievali», 3, 1982, pp. 253-280. Testi della I Giornata di studi sulla musica medioevale, Palermo, maggio 1981; Una fonte trecentesca della ballata “Deh, no me fare languire”, in «Studi Medievali», 3a Serie, XXIII, 1, 1982, pp. 303- 310; Un elenco di composizioni musicali intorno alla metà del Quattrocento, in »Musica Franca. Studies in Honor of Frank A. D’Accone», ed. by I. Alm, A. McLamore, C. Reardon (Festschrift Series n°18), Stuyvesant, New York, Pendragon Press 1996, pp. 425-487.

       Ai saggi sulla tradizione musicale occorrerebbe aggiungere i lavori su problematiche linguistiche e letterarie poco note, come La «Tragedia di S.ta Catharina V. M. composta da don Locillo Brammini da Ronciglione». Primo incontro fra teorie teatrali gesuitiche e laiche, in Stamperie, Carte e Cartiere nella Ronciglione del XVII e XVIII secolo, a cura di Francesco M. D’Orazi, (Atti della Giornata di Studio 26 ottobre 1991), Ronciglione 1996, pp. 180-191 o come, in collaborazione con Antonio Manfredi, l’edizione di Antonio De Thomeis, Rime. Convivium scientiarum, In laudem Sixti Quarti Pontificis Maximi, Biblioteca Apostolica Vaticana, Città del Vaticano 1999, (Studi e Testi, 394), XCII, pp. 376. Testimoniano della sua inesausta curiosità e passione e configurano una figura del tutto rara di studioso, non proteso a conseguire successi accademici o personali ma totalmente dedito alla ricerca e umanamente straordinario, per la riservatezza e insieme l’intensità degli affetti.

          La Filologia e la Letteratura italiana gli debbono molto, pur in un silenzio e in riconoscimenti certamente inferiori alla sua opera e veramente emblematici dei tempi. Noi, amici e studiosi che lo hanno conosciuto e ne conoscono i lavori, sappiamo invece bene quanto gli dobbiamo; la sua morte, così improvvisa, ci ha tolto non solo un grande compagno di studi ma anche una grande persona. Una figura di altri tempi. Lo dico consapevole di come queste parole potrebbero suonare come retoriche, quasi dovute quando si ricorda uno studioso e un amico scomparso, ma sono assolutamente corrispondenti alla verità.